25.10.04

Il NO di Vittorio Messori alla Turchia nella UE

Anche Vittorio Messori si schiera contro l'entrata delle Turchia nella UE.

Qui il testo integrale dell'intervista:http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=28188,1,1

Un punto di vista storico-religioso di parte se vogliamo, ma dotato di una sua coerenza e ragionevolezza.

Saluti

Il ministro Pisanu si sbaglia

I dati forniti dal ministro Pisanu nei giorni scorsi sulla presenza degli stranieri in Italia sono incompleti.

Il ministro riporta una cifra di circa 2,200,000 immigrati regolari, mentre la Caritas parla di circa 2,600,000 unità.

La discrepanza di circa 400,000 unità è dovuta ad alcuni fattori che inducono una sottostima nei dati ufficiali, in particolare:

1. Non vengono conteggiati i minori di 14 anni

2. I dati in possesso del ministero non sono sempre aggiornati rispetto ai dati posseduti dalle questure

Si veda l’articolo pubblicato il 22 ottobre dal Corriere.
La Caritas presenterà il suo Dossier Statistico sull’immigrazione il prossimo 27 ottobre a Roma e in altre città italiane.

Saluti

21.10.04

Un no ragionato alla Turchia nell' Unione Europea


Non ha alcun senso che la Turchia entri nell’Unione Europea!

I motivi che mi inducono ad essere fortemente contrario all’ingresso della Turchia in UE sono molteplici. Sono argomenti nella sostanza già avanzati da altri, ma, come dicevano i nostri padri latini, REPETITA IUVANT!
Nel complesso possiamo distinguere ragioni di carattere socio-politico, storico-culturale, economico, religioso. Lasciando per ora da parte la questione islamica, e guardiamo ai numeri!

Fermo restando che la Turchia NON sta geograficamente in Europa (se non per meno del 10 per cento del suo territorio), un grosso problema è infatti quello demografico: I TURCHI SONO TANTI, eguagliando all'incirca il totale della popolazione dei paesi del recente allargamento (Turchia circa 70, nuovi paesi 74 milioni)! E con un tasso demografico molto alto, stimato intorno al 2.2 per cento annuo (è in leggero calo, alcuni anni fa le cifre ufficiali davano un 2.5). Calcoli statistici mostrano come intorno al 2020 i turchi potrebbero essere ben oltre i 90 milioni (verso il 2050 anche 130). Al contrario tutti i paesi dell’Unione sono attualmente in recessione demografica, e nella migliore delle ipotesi la loro popolazione rimarrà stabile.
Vediamo in dettaglio: nell’Europa dei 25 paesi vi sono attualmente all'incirca 450 milioni di abitanti, Italia 57 milioni, a crescita praticamente zero; Turchia (stima bassa), 68 milioni con il 2.2 per cento circa di coefficiente di accrescimento. Proiezioni future: Anno 2010: Italia (senza contare l’apporto degli immigrati) 54,1; Turchia circa 75. Anno 2020: Italia circa 50 milioni; Turchia verso i 100 (Nel 2050 la popolazione dovrebbe essere almeno raddoppiata, portandosi sui 130 e più). La popolazione totale europea (Turchia esclusa) dovrebbe rimanere intorno ai 450 miloni.
La Turchia diverrebbe il paese più popoloso dell’Unione Europea! Un paese che NON sta in Europa!
Il turco diverrebbe la lingua più parlata nell’Unione, e probabilmente una delle lingue ufficiali (con buona pace dell’italiano).

Altre ripercussioni sono evidenti a tutti i livelli: politico istituzionale, sociale, economico (senza contare gli aspetti culturali e religiosi).
Stando infatti alle attuali leggi delli elettorali, la Turchia avrebbe in maggior numero di seggi in parlamento (attualmente è la Germania, con 99 seggi, l’Italia ne ha 78) e un numero ingente di rappresentanti istituzionali nei posti chiave, questo unicamente e automaticamente grazie al suo peso demografico.
E’ ovvio poi che alla Turchia si dovrebbero estendere tutti i benefici dei quali godono gli altri membri, compresi quelli economici: dobbiamo dirottare tutte le forze economiche europee…fuori dall'Europa?

Riguardo alla questione islamica poi, spesso si sente dire che l’ entrata della Turchia in UE sarebbe un forte segnale per dimostrare che l’Europa non è un club cristiano. Quest’argomentazione è incredibilmente sciocca e irresponsabile! I fatti dimostrano che l’Europa già ora non sia affatto un "club” di tale sorta (così lo vede solo il premier turco Erdogan): molti dei suoi cittadini non sono affatto cristiani (15-20 milioni di islamici, oltre ad ebrei, indù, buddisti, sikh, ecc, senza contare che almeno un 30 per cento della popolazione, stando a certe statistiche, si professa ateo o agnostico, o comunque non credente in qualche religione “positiva”). E cosa dovremmo dimostrare, e a chi? Che l’Europa non è (complessivamente) cristiana? Bella scoperta! Che deve diventare islamica solo per “political correctness”, accogliendo 70 milioni e più di islamici (a vario titolo) oltre ai 15-20 già presenti? Sono discorsi seri questi?
Ma non enfatizzerei troppo la questione religiosa: per argomenti simili sarei contrario all’entrata nell' UE della Russia (altro paese per molti versi asiatico, sebbene di tradizione cristiana) o dell’Ucraina, o di Israele (e ovviamente questo NON significa essere anti-russo, anti-israeliano, ecc).

L'Europa deve pensare a definire una volta per tutte le proprie frontiere e a mantenerle stabili nel tempo, pena la sua autodissoluzione.

Saluti

L' eredità ebraico-cristiana dell'Europa

La mancata citazione dell’eredità ebraico-cristiana nella Costituzione Europea (meglio usare il termine "eredità" piuttosto che il termine “radici”) in quanto dato storico è un fatto piuttosto grave. Il preambolo della Costituzione Europea non sembra infatti avere alcun valore normativo, ma unicamente un carattere in senso lato “ideale”. Si è parlato e scritto a lungo su tale vicenda, spesso confondendo i piani del discorso, quando sarebbe meglio distinguere almeno il piano storico-filosofico da quello politico-ideologico, due piani certamente collegati ma in prima analisi da affrontare separatamente.

1. Aspetti storici e filosofici
Per amor di verità e completezza nel preambolo si sarebbero dovute citare tutte le influenze, più o meno rilevanti, che hanno contribuito a determinare la fisionomia della cultura europea; ovvero tutte le civiltà, i popoli, le religioni, i costumi, le istituzioni che hanno avuto un qualche peso nella nostra storia. Dunque mondo classico greco-latino e civiltà ebraico-cristiana in primis, ma anche culture germaniche, celtiche, slave; per alcuni aspetti, importante fu anche l’apporto del mondo arabo-islamico. A queste influenze si dovrebbero aggiungere una miriade di culture e civiltà “minori” (per portata dell’influenza, non in termini di giudizio di valore). Ma seguendo tale disegno si sarebbe dovuto includere nel preambolo della costituzione l’intera Enciclopedia Britannica!
Dovendo dunque operare una selezione, è evidente che il preambolo non avrebbe potuto seguire un criterio di assoluta fedeltà filologica ed elencare la totalità delle influenze sopra viste; sarebbe stato sufficiente limitarsi alla citazione di quelle che hanno storicamente contribuito a conferire una certa unità, nella varietà delle differenze, al nostro continente. Se così è, allora, il punto di partenza irrinunciabile è il dato storico indiscutibile che da un punto di vista religioso, e da un punto di vista culturale più generale, è stato il cristianesimo a conferire un carattere unitario all’Europa. Ne è una prova il fatto che fino a qualche secolo fa si parlava assai poco di “Europa” (il termine è diventato d’uso comune abbastanza recentemente), bensì di “Cristianità”; un senso di unità, almeno per il mondo latino, era dato poi dalla comune fede religiosa cristiana cattolica (almeno sino alla riforma protestante), in particolare in opposizione all’islam e al mondo cristiano-orientale bizantino dopo lo scisma del 1054.
Non si può nascondere poi come l’islam sia stato per secoli percepito come la principale minaccia all’esistenza stessa della civiltà europea in quanto terra cristiana. L’unico vero pericolo che l’Europa abbia mai veramente corso per almeno mille anni (secoli VIII – XVIII) fu infatti la minaccia della conquista e dell'assimilazione da parte del mondo arabo-islamico: prima da sud e da ovest attraverso il Mediterraneo e la Spagna; quindi da est, con l’invasione ottomana dell’Anatolia e la conquista dei Balcani. Si dimentica spesso infatti che l’Anatolia, l’Asia Minore, Costantinopoli, sono state fra le culle del cristianesimo, poi fagocitate dalla conquista turca: potremmo quasi dire che sono pezzi di Europa cristiana, islamizzata nel corso degli ultimi 500 anni. Ultimo colpo di grazia fu l’eliminazione fisica dei cristiani ancora presenti (fine dell’800-inizio 900), sembra intorno al 20-25 per cento, in alcune province, della popolazione anatolica di allora (ma i dati storici sono assai incerti, anche a causa della distruzione degli archivi da parte delle autorità ottomane): quello dell'eliminazione dei cristiani armeni e siriaci tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso fu un vero e proprio genocidio (si parla alemno di 1 milione e mezzo di morti). Questo è bene ricordarlo, al di là di ogni attuale strumentalizzazione politica.
Al di là della contrapposizione con il mondo arabo-islamico, con il quale vi furono comunque intensi rapporti culturali e commerciali e non solo conflittuali, non si può non riconoscere l’importanza storica del cristianesimo per l’identità dell’Europa. Che cosa rimane di tale eredità? Qui bisognerebbe scrivere un’altra enciclopedia, ma per riassumere direi che il cristianesimo ha contribuito a formare un certo “tipo umano” sul piano individuale, e un modello di comunità su quello sociale. Innestandosi in particolare sulla civiltà greco-latina, la civiltà ebraico-cristiana ne ha sviluppato molti aspetti (sul piano morale, civile, filosofico-scientifico, ecc), ne ha ridotto, trasformato, eliminato degli altri; ha assorbito molteplici altre influenze (di civiltà precedenti e coeve) e ha sviluppato in modo originale e creativo tale mix culturale. Qui il discorso storico sfuma in quello filosofico.
Tale civiltà ha partorito in particolare movimenti del pensiero quali l’umanesimo e la civiltà della scienza e della tecnica moderna, che in parte le si è rivoltata contro (ma ricordiamoci che i vari Galileo, Newton, Kant, Darwin erano tutti cristiani…). Osservando bene le cose, però, si capisce che la scienza in sé non ha un ruolo diretto in questo contesto. Fu piuttosto un’ideologia di tipo scientista a tentare di sostituire alle religioni di Dio l’anti-religione della Scienza, non fu la scienza in quanto tale. E il tentativo venne perseguito in maniera del tutto indebita. Parafrasando un grande filosofo, potremmo dire: “Tale ideologia cercò di giustificarsi ricorrendo al punto di vista di un Universo Oggettivo, il quale ci direbbe che nella natura non v’è senso, non v’è spazio alcuno per cose quali dei e religioni. Ma l’errore non può essere più grande: l’Universo infatti, non ha un suo punto di vista; esso non ci può dare un’indicazione decisiva sulle Cose Ultime, sull’esistenza o meno di Dio e il senso delle nostre vite; la responsabilità di una scelta è solo nostra, non può essere rimessa a niente e a nessuno”.
L’Illuminismo e le filosofie sue eredi si sono appoggiati spesso a varie forme di scientismo (il meccanicismo sei-settecentesco, e altre forme di materialismo). Ma l’Illuminismo, altro prodotto europeo, non può essere identificato con lo scientismo: fu infatti un movimento di liberazione dell’uomo dal giogo di tradizioni opprimenti secolari, solo in parte riconducibili al cristianesimo in quanto tale.
Un discorso a parte meriterebbero poi le filosofie a noi più prossime, in particolare le varie forme di relativismo e di pensiero “nichilista” (e di neo-scientismo) oggi ancora in voga. Qui il problema si complica assai, ma le basi degli sviluppi più recenti del pensiero filosofico, e delle vicende degli ultimi due secoli - del Novecento in particolare - sono tutte qui.
Dunque dalla civiltà cristiana-occidentale nascono frutti deliziosi e altri più acerbi. Ma bisogna riconoscere storicamente l’importanza del cristianesimo per quanto di “buono” siamo disposti a riconoscere alla civiltà europea-occidentale (alcuni diranno: anche dei mali!). Anche solo per onestà intellettuale.

2. Alcuni aspetti politico-ideologici
Il mancato inserimento dell’eredità cristiana è una cartina da tornasole dell’esistenza di un problema ancora aperto: l’Europa non è attualmente in grado di accettare con tranquillità una verità storica lapalissiana: le sue origini (anche e soprattutto) religiose. Molti europei vivono il rapporto con la propria memoria storico-religiosa in maniera conflittuale. Si potrebbero scrivere anche in questo caso fiumi d’inchiostro sugli aspetti da caso clinico freudiano di tale rimozione. E’evidente che un richiamo puramente storico al cristianesimo, non vincolante, disturba assai. Non c’è ancora maturità, da questo punto di vista. L’adolescente Europa rifiuta non solo gli insegnamenti, ma anche il ricordo degli stessi; è ancora in una fase “ribellistica”, sebbene in fase discendente, in via di guarigione o almeno di stabilizzazione. Affermo ciò in quanto personalmente non credo molto convincente né esplicativa la tesi della secolarizzazione o dell’età presente quale era del nichilismo.
Mi paiono poi alquanto dubbie le varie giustificazioni portate a sostegno di tale omissione, ed esagerate alcune reazioni. Vediamone alcune:

1) Si dice che oggi l’Europa è multiculturale e multireligiosa: nominare solo il cristianesimo non rispecchierebbe la realtà di una società multiforme, attuale o futura. L’obiezione è semplice: supposto che le cose stiano effettivamente così, il preambolo è chiamato a ricordare solo l’eredità storica dell’Europa, e la storia insegna che l’influenza del cristianesimo è stata di gran lunga quella predominante (nel bene e nel male), sebbene non l’unica. Il preambolo non dovrebbe affatto rispecchiare l’attualità del credo religioso: deve ricordare l’origine dello “spirito europeo”, storicamente parlando; esso si è incarnato in persone, usi, costumi, culture, istituzioni che esistono al tempo presente, ma che hanno una storia secolare alle spalle. E questa storia parla di cristianesimo. E chi non la vede è perché o difetta di intelletto, o di conoscenze, oppure perché inganna sé stesso e gli altri per motivi ideologici o di altro genere.

2) Stesso discorso per l’idea di avversare un’Europa intesa come “club cristiano”: questa preoccupazione a mio parere non c’entra nulla con la questione del preambolo; in particolare non ha senso pensare in questi termini in vista di un possibile ingresso della Turchia nell’Unione: i fatti dimostrano che l’Europa già ora non sia affatto un “club cristiano”; molti dei suoi cittadini non sono affatto cristiani (15-20 milioni di islamici, oltre ad ebrei, indù, buddisti, sikh, ecc, senza contare che almeno un 30 per cento della popolazione, stando a certe statistiche, si professa ateo o agnostico, o comunque non credente in qualche religione “positiva”). Questa obiezione è puramente strumentale. Non vedo alcun nesso rilevante con la questione dell’entrata nell’Unione Europea della Turchia, né mi risulta che i turchi abbiano mai detto qualcosa a riguardo (se non Erdogan molto recentemente). La stessa Turchia poi, ha una notevole storia cristiana alle spalle, senza contare il continuo aumento della presenza cristiana (ancora contenuta ma non trascurabile) in seguito all’immigrazione dall’est europeo: immagino che in futuro la Turchia vedrà aumentare sempre più la presenza di cristiani tra i suoi cittadini, se aprirà veramente ad una completa libertà religiosa. La Turchia è in effetti forse il primo paese islamico in controtendenza rispetto alla presenza cristiana, probabilmente a causa della relativa libertà della quale godono i suoi cittadini. La storia forse darà ai turchi la possibilità di rimediare, almeno in parte, ai guasti dei loro padri ottomani.

3) D’altra parte mi sembrano parimenti ingiustificate le reazioni di coloro che avversano la costituzione perché non fa menzione esplicita dell’eredità cristiana. C’è un’omissione che è talmente grande da apparire ridicola? Vero, ma non per questo manca lo spazio per il cristianesimo, e per tentare ancora di rimediare al rimediabile. E se così non sarà, sarà la storia a porre giustizia. Ciò che veramente importa è che lo “spirito del cristianesimo” possa continuare ad operare e che l’Europa rimanga di fatto un luogo di libertà per la parola di Cristo, per coloro che vorranno accoglierla.

Saluti

Se l'islam moderato non esiste dobbiamo inventarlo

Molti dei forumisti ritengono che l'"islam moderato" non esista. Sono state riportate riflessioni argomentate con cura (Stefania) e altri messaggi, alcuni scritti con serietà, altri meno.

Credo anch'io che la questione "islam moderato" sia cruciale.

Come già ho scritto in molti altri post, la mia posizione è assai critica in generale verso il mondo arabo-islamico, per una serie di ragioni che qui non voglio ripetere. E sono assai dubbioso, ma pronto a ricredermi, sulla consistenza attuale (e per un prossimo futuro) di un “islam moderato”.
Ma penso anche che non sia onesto intellettualmente né moralmente generalizzare secondo i massimi sistemi, senza tenere conto della complessità di quel mondo, e soprattutto del fatto che il singolo non è riducibile a nessun sistema, in quanto persona.

A mio parere dobbiamo distinguere la questione teologica del “problema islam” dalla questione politico-sociale-culturale. E’ chiaro che facendo questo imponiamo al tutto un’ottica occidentale, nel senso che per l’islamico medio i due aspetti non sono affatto distinti. Ma noi dobbiamo ragionare dal punto di vista delle NOSTRE istituzioni e della nostra cultura (la quale poi, per quanto ne dicano i relativisti, cerca di ispirarsi a principi universalistici).
Così facendo, passa in secondo piano se l’islam, teologicamente parlando, sia moderato oppure no. Questo è un problema che deve essere sbrigato dagli intellettuali, dai filosofi, dai teologi islamici; è in primo luogo affar loro, sebbene interessi anche noi, data la sua importanza non strettamente religiosa, e l’impatto che le comunità islamiche, sempre più numerose, avranno su tutti noi.

A noi dovrebbe importare maggiormente il secondo aspetto, il quale si riassume nella domanda:
E’ in grado l’islam, A PRESCINDERE CHE GLI ISLAMICI PERCEPISCANO O MENO QUESTO FATTO COME UN COMPROMESSO INACCETTABILE, di farsi “moderato”, ovvero di divenire compatibile con le regole democratiche, e con le istituzioni la cultura (o le culture) occidentale (e con le altre culture)? E con le regole di una società liberale nella quale alle faccende religiose (per quanto rilevanti) viene riservata quasi esclusivamente un’influenza indiretta (la quale può anche venire meno nel gioco politico) sulla vita comune della polis?
In altre parole, può l’islam tollerare di vedersi ristretto alla sfera individuale in primis, e solo indirettamente e secondariamente influire (magari per mezzo dei valori comuni) a livello sociale, nella mediazione (o nello scontro) con altre tendenze?
L’approccio a mio parere deve essere assai pragmatico: la risposta alla domanda “Esiste un islam moderato?” può anche essere NO, teologicamente parlando (e personalmente sono di questa opinione).
Diventa cruciale, a questo punto, capire se c’è una possibilità di convivenza non tanto sul piano teologico-filosofico (non sono le disputationes medievali tra teologi cristiani ed ebrei o mussulmani sul primato delle rispettive religioni ciò di cui abbiamo bisogno), ma su quello più prosaico della vita quotidiana e della sfera politica.
In conclusione, se gli islamici “moderati” non esistono, dobbiamo “inventarli”, nel senso che dobbiamo cercare delle strade di convivenza nei rapporti quotidiani, nelle dinamiche sociali, in parte anche nelle istituzioni, in generale sul piano della politica.
Strade di convivenza, certo, ma che NON PREVEDONO ALCUN ARRETRAMENTO sui valori fondanti della democrazia e di una società libera e aperta (e aggiungerei anche di una società che deve moltissimo alla sua tradizione religiosa cristiana).
Ci sono alcuni presupposti, a mio avviso, affinché ciò possa avvenire.
In particolare:

1) Problema demografico: le comunità islamiche non possono diventare troppo consistenti. Nessuna società può tollerare alcuna forma di “colonizzazione” o “islamizzazione” (lenta, silenziosa, “pacifica” che sia). Sono necessari quindi una drastica diminuzione dell’immigrazione dai paesi islamici, e politiche sociali di contenimento demografico (in Italia e nei paesi di origine). Se gli italiani (e gli europei in generale) percepiscono la presenza islamica, in continuo aumento, come una minaccia potenziale ai fondamenti stessi del loro paese, non ci sarà alcuna convivenza pacifica possibile.

2) Accettazione e rispetto della cultura italiana (più in generale occidentale) da parte degli islamici: quindi lingua, costumi, istituzioni, ecc. Accettazione NON SIGNIFICA necessariamente assimilazione o conformità di giudizio: ad esempio a noi non deve importare che l’islamico medio accetti nel suo intimo l’esistenza delle piscine promiscue: se vive in Italia se ne deve fare una ragione e rinunciare alle sue pretese, se queste cozzano con le nostre regole liberali e democratiche.

3) Una crescita culturale e intellettuale dell’islamico medio: se l’unica forma di cultura è quella religiosa (magari nemmeno meditata), il fanatismo è sempre in agguato dietro l’angolo.

4) L’emancipazione della donna islamica (punto FONDAMENTALE)

5) Lo sviluppo della democrazia nei paesi di origine (il contributo degli immigrati di ritorno in questo senso deve essere decisivo)

Saluti

Turchia in UE: il NO di Le Goff

Jacques Le Goff, forse il massimo medievista vivente, è contrario all'entrata nella UE della Turchia.

(da Avvenire, 12 maggio 2004-09-30, per concessione di «La Croix») http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2004_05_12/agora.html

Nel corso di un’intervista è stato chiesto all’illustre storico cosa pensasse dell'eventuale ingresso della Turchia nell'Europa unita. "Sono contrario", rispose Le Goff, "ma, ai miei occhi, non è assolutamente per motivi religiosi se la Turchia non fa parte dell'Europa. Islam ed Europa non sono in contraddizione: del resto i bosniaci, gli albanesi, in larga maggioranza musulmani, sono europei e prima o poi entreranno nell'Europa unita. Le motivazioni del mio rifiuto sono geografiche, storiche e culturali. Esiste una data definizione geografica di Europa e, anche se è difficile definire le frontiere orientali, è chiaro che esiste anche un'unità geografica vicino-orientale cui appartengono l'Anatolia, la Siria, la Palestina... E' un altro mondo geografico e culturale, che ha una sua coerenza. Non auspico certo un'Europa chiusa, e occorre che essa trovi una forma di collaborazione bilaterale privilegiata con la Turchia. Ma se, integrando la Turchia, si spingono le frontiere dell'Europa fino all'Iraq, fino alla Mesopotamia, dove si arriverà? Bisogna sapersi fermare"."

Mi pare una posizione equilibrata e saggia, propria di un grande studioso che di Europa se ne intende, alieno da qualunque sospetto di faziosità.

Saluti

Stranieri in Italia tra il 4.4 e il 5.6 % della popolazione residente, islamici tra 1.4 e 1.9%


Continuo la mia opera di "demografo ufficioso" del forum.
Ho condotto delle ricerche credo piuttosto accurate attenendomi ai dati statistici ufficiali aggiornati (Ministero degli Interni, Caritas Italiana, ISTAT).
Contrariamente a quanto si legge spesso sui forum, ma anche su autorevoli quotidiani poco aggiornati, gli stranieri presenti in Italia sono ben più del 2% della popolazione.
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Contando solo i regolari gli stranieri in Italia sono oggi circa il 4.4% della popolazione residente (più di 2 milioni e mezzo), probabilmente più di 3 milioni contando anche i clandestini (ovvero 5.6 %)
Gli islamici sarebbero tra 1.4 e 1.9%
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Nel dettaglio:
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Popolazione residente in Italia

Al 31 dicembre 2003 (fonte ISTAT) la popolazione residente complessiva risulta pari a 57.888.245 unità
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Stranieri regolari
(ultima regolarizzazione: febbraio 2002, dati fonte Caritas relativa al 2003)
Immigrati regolari: 2,547,736, ovvero il 4.4 % dei residenti
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Clandestini
Secondo taluni studiosi sarebbero intorno al 25-35% degli stranieri regolari. Secondo altri sarebbero molto meno, grazie alle recenti regolarizzazioni (tra il 5 e il 20 %). Secondo altri ancora possono arrivare sino al 50% e più.
Tenendo buona la prima ipotesi: una media di 764,320 (+- 12,736) = 751,584 - 777,056
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Totale stranieri
Regolari+clandestini stimati: 3,312,056, il 5.65 % del totale della popolazione residente in Italia (dato seguente)
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Totale popolazione residente in Italia
Residenti ufficiali + clandestini = 58,652,565
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Islamici presenti in Italia

824,342 immigrati regolari di fede islamica provenienti da paesi islamici (dati ufficiali, stima sulle percentuali relative) (32.36% del totale stranieri, 1.42 % dei residenti).
Clandestini (stime): 247,102 (+- 41,017), cioè 206,095-288,119
Cittadini italiani: 50,000 (stime), dei quali circa 10,000 convertiti
Totale: 1,080,437 / 1,162,461 (1,121,449): 1.91 % dei residenti
Stima finale: tra 1.42 e 1.91 %
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Nota
Questi sono dati medi.
Bisogna poi considerare che gli immigrati si concentrano maggiormente al centro-nord e nelle zone urbane, dove le percentuali possono evidentemente salire di molto.
E bisogna poi tenere conto degli arrivi nel tempo (cioè i flussi), per comprendere le dinamiche del fenomeno. Ad esempio gli stranieri regolari nel 1980 erano solamente 298.000: dunque l'Italia ha assorbito in 23 anni 2,249,736 persone (cioè una media di poco meno di 100,000 persone/anno (ma i flussi negli ultimi anni sono aumentati).
Gli islamici (regolari) nel 1998 erano 436,000 (fonte Caritas 1999): dunque la popolazione islamica è quasi raddoppiata nel giro di 5 anni.
Per le stime future, bisogna poi valutare i tassi di natalità.
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Fonti:
Caritas (
www.caritasitaliana.it)
Istat (www.istat.it)
sui dati del Ministero dell’Interno.