21.9.07

Se in Europa nascono sempre più figli dell'Islam


da La Repubblica del 28 giugno 2007, pag. 1

di Martin Amis

Il recente America Alone: The End of the World As We Know It, dello scrittore canadese Mark Steyn, si apre con una riflessione su un successo cinematografico di alcuni anni fa, Il mio grosso grasso matrimonio greco: «Molti di noi hanno visto [parecchie] comme­die sentimentali sulle minoranze etniche... in cui il classico tizio compassato, dall'aria di bravo ra­gazzo americano, comincia a uscire con una fanciulla prove­niente da una numerosa, amore­vole, prolifica famiglia mediterra­nea, benedetta da una tale abbon­danza di sorelle, cugini e zii che a malapena si riesce a entrare nella stanza. Si tratta, in realtà, del ca­povolgimento della verità. Il tasso di fertilità della Grecia non rag­giunge 1,3 figli per coppia, ciò che i demografi definiscono il punto "di non ritorno" dal quale nessuna società si è mai ripresa. E la fertilità della Grecia è quella messa meglio in tutta l'Europa mediterra­nea...».

La «grande famiglia italiana», per esempio, «con il papà che me­sce il vino e la mamma che serve la pasta» a una tavolata che pare estendersi all'infinito, presto non sarà che un ricordo. Nel 2050, se­condo questa inquietante previ­sione, il sessanta per cento degli italiani non avrà più zii, zie, fratel­li, sorelle, cugini. Con la sola ecce­zione degli Stati Uniti, le nazioni del Primo mondo sono in declino demografico. Nessuno dei paesi europei sta procreando al "tasso di sostituzione" di 2,1 figli per donna (la popolazione della Spagna, il cui declino è ancor più rapido di quel­lo dell'Italia, si dimezzerà ogni trentacinque anni). Questo po­trebbe sembrare l'ovvio destino delle società avanzate su un pia­neta stressato: possiamo aspettar­ci crisi dovute a squilibri genera­zionali, sistemi pensionistici insostenibili, eccetera, ma è il genere di futuro previsto dai più sognatori tra i nostri verdi ed econauti.

Un'Europa spopolata e sempli­ficata sarebbe difendibile in un mondo privo di ostilità e predatori.

Ma non è questo il nostro caso. In So­malia l'indice di natalità è del 6,76, in Af­ghanistan del 6,69, nello Yemen del 6,58. «Avete notato cos'hanno in co­mune questi paesi?» scri­ve Steyn. L'indice di natalità dell'Albania è un terzo di quello dell'Afghani­stan, ma è il più alto d'Eu­ropa. «E perché mai? Per­ché è l'unico paese a mag­gioranza musulmana. Per il momento».

Dopo Irlanda, Dani­marca, Finlandia e Olan­da, la Francia è la nazione dell'Europa occidentale con il più elevato indice di natalità, 1,89. Ma «dai da­tisi evince che un terzo dei nuovi nati sono musul­mani». Nel frattempo, «basta dare un'occhiata alla tendenza dominante in Europa, dove il numero di musulmani cresce quanto quello delle zan­zare. Le donne occidenta­li dell'Unione Europea generano in media 1,4 fi­gli. Le donne musulmane degli stessi paesi ne pro­creano 3,5». A dirlo non è Mark Steyn, né, tanto per fare un esempio, Jean Ma­rie Le Pen, ma, dalla Nor­vegia, il mullah Krekar. Per citare il colonnello Gheddafi: «Molti segni mostrano che Allah assi­curerà all'Islam la vittoria in Europa - senza spade, senza fucili, senza con­quista. I cinquanta milio­ni di musulmani che la abitano trasformeranno l'Europa in un continente musulmano nel giro di qualche decen­nio».

Confessare la paura di un sorpasso demografico ci fa venire inevitabil­mente in mente eugenetica, sterilizza­zione forzata e affini; e molti buoni oc­cidentali moderni, leggendo Steyn, si sentiranno invadere dal sacro fuoco della bontà che solitamente precede il grido di "razzista!". Come però, pazien­temente, ribadisce Mark Steyn, «non è una questione di razza, bensì di cultu­ra». Se tutti i cittadini di una democra­zia liberale credono nella democrazia liberale, non ha alcuna importanza il colore della loro pelle; ma quando alcu­ni di loro credono nella sharia, nel calif­fato e via discorrendo, allora è chiaro che i numeri acquistano un'importan­za cruciale. Più avanti nel libro, Steyn esprime il medesimo concetto ma dal­la prospettiva opposta. Un ex fautore della supremazia della razza bianca ha cambiato il proprio nome da David Myatt ad Abdul-Aziz ibn Myatt; e adesso Abdul-Aziz è un fanatico sostenitore della jihad. «Molti dei suoi compagni nella rivendica­zione della "su­premazia della razza bianca"», scrive Steyn, «scopriranno che ad attrarli non è tanto la "razza bianca", quanto la "su­premazia"». Il fondamentalismo isla­mico, naturalmente, attirerà i violenti, gli squilibrati e - inutile dirlo - gli anti­semiti, in un'infinita Notte di Valpurga dell'irrazionalità.

Negli Stati Uniti, grazie al contributo della minoranza ispanica, l'indice di natalità è di 2,1. Osservando più atten­tamente la situazione, scopriremo che di questo dobbiamo ringraziare l'Alabama e il Wyoming, non la California e il Massachusetts; gli stati repubblicani sono del dodici per cento più fertili di quelli a maggioranza democratica. Se­condo Mark Steyn, l’"agenda progres­sista", la cultura dei diritti e della soli­darietà, del femminismo pragmatico, della "scelta", è «un binario, letteral­mente, morto». L'implicito corollario, quindi, è che adesso le società hanno bisogno di essere più reazionarie: pra­ticanti, maggioritarie, prolifiche e pre-femministe. America Alone è un libro piuttosto breve, e Mark Steyn non si diffon­de sulle sue numerose e fosche implicazioni - compreso l'inatteso in­fiacchirsi dell'istinto ri­produttivo umano. Mae­stro nel dire l'indicibile, Mark Steyn non riesce tuttavia a porre la do­manda fondamentale: la cultura della scelta sarà costretta a cedere il pas­so alla cultura della vita? In sé e per sé profonda­mente retrogrado, il fon­damentalismo islamico potrebbe costringere tutti noi a diventare re­trogradi. Già che ci sia­mo, potremmo seguire l'esempio del comuni­smo rivoluzionario: do­po l'allarmante censimento del 1936, Stalin abbandonò immediata­mente il programma di riforme sociali; tra le nuove misure adottate, ci furono la massiccia creazione di asili, l'introduzione di me­daglie alla fecondità, la legalizzazione della successione ereditaria, la solenne celebrazione del matrimonio, l'incre­mento delle lungaggini e delle pastoie burocratiche per l'ottenimento del di­vorzio, il ritorno all'aborto come reato. Per un po' funzionò. Nel ventunesimo secolo, privata della vigilanza totalita­ria, la Russia sta perdendo russi al ritmo di quasi un milione all'anno.

L'"assoluto" con cui abbiamo a che fare in questo caso è il fondamentalismo isla­mico: un'ideologia al­l'interno di una religio­ne, un sistema di creden­ze all'interno di un siste­ma di credenze, un'illu­sione all'interno di un'illusione.

Il fondamentalismo isla­mico offre ai propri se­guaci le meravigliose at­trattive di una combinazione di violenza e rettitudine - oltre alla pro­messa della vita eterna.

L'Islam, apparso mez­zo millennio dopo il Cri­stianesimo, è il più giovane dei principali monoteismi. E se l'Islam sta seguendo le stesse tappe di sviluppo, dovrebbe esse­re prossimo alle proprie guerre di religione, cui seguirà, a tempo debito, la propria versione della Riforma. Dovremmo quindi aspettarci di assi­stere all'Illuminismo islamico intorno al 2200. Questo processo avrà naturalmente luogo su un pianeta traboccante di armamenti moderni. Certe volte non abbiamo forse la sensazione che la crisi odierna non sia al­tro che una crisi di armamenti?

Gli sconvolgimenti del mondo islamico provocheranno molte per­dite di vite umane, ma questo non preoccupa il vero fondamentalista che, in ogni caso, vuole che la freccia del tempo sia puntata nell'altra di­rezione. Perché cos'è la vita, in fondo, se non "la feccia dell'esistenza"? Queste parole sono del massimo divulgatore del movimento, l'ayatollah Khomeini, il quale predicava che l'arco della vi­ta umana acquista signi­ficato solo al termine del suo viaggio terreno.

La paura della morte, che rende necessaria la negazione della morte, è la causa prima e la pietra angolare della fede religiosa. È una specie di di­sturbo infantile, che la nostra specie, crescen­do, deve faticosamente lasciarsi alle spalle. Ciò fu compreso con grande chiarezza da Freud - e dal poeta inglese Philip Larkin, che racchiuse questa intuizione con concisione quasi sprez­zante in una poesia del 1977, Aubade ("Ode al­l'alba") . Il poeta, al risve­glio, contempla «la mor­te che non ha mai posa, oggi di un giorno più vi­cina»: «Questa è una particolare forma di paura / Che nessun trucco può dissipare. / Ci provò la religione, crean­do il suo vasto / broccato musicale, or­mai divorato dalle tarme, / per fingere che non moriremo mai...»

Ma l'incantesimo è rotto. Non pos­siamo, per così dire, convincerci con l'ipnosi a tornare al patriarcato e alla de­vozione; non ci resta altra scelta che di affidarci a due notevoli risorse come il buonsenso e la ragione. La "fede" è sta­ta recentemente definita come "il desi­derio di ottenere l'approvazione degli esseri sovrannaturali". La liquidiamo per ragioni d'ordine intellettuale, etico e, non ultimo, spirituale. Siamo d'ac­cordo con Joseph Conrad: «Il mondo vivente contiene abbastanza meraviglie e misteri così com'è: meraviglie e mi­steri che agiscono tanto inesplicabil­mente sulle nostre emozioni e sulla no­stra intelligenza da giustificare quasi chi concepisce la vita come uno stato d'incanto. No, è troppo saldala mia co­scienza del meraviglioso perch'io sia mai ammaliato dal puro Sopran­naturale, che (consideratelo come volete) è pur sempre un pro­dotto affatturato, il parto di menti insensibili all'in­tima delicatezza della nostra relazione con la mol­titudine infinita di ciò che è morto e di ciò che vive; una profanazione delle nostre memorie più tenere, un oltrag­gio alla nostra dignità. Quale che sia la mianaturale modestia, non scenderà al punto di cercare aiuti alla mia immagi­nazione in seno alle vane fantasie pro­prie d'ogni età e che bastano, di per se stesse, a riempire di tristezza indicibile tutti coloro che amano l'umanità».


Traduzione diAndrea Silvestri